
La tromba delle scale dell'Ufficio del Giudice di Pace di Roma."Io personalmente piuttosto di avere a che fare con la giustizia preferisco essere truffato, imbrogliato, insultato e al limite anche un po' sodomizzato. Che magari mi piace anche."
Giorgio Gaber
Ho avuto il mio incontro con la giustizia italiana.
Dopo più di 18 mesi dall'incidente nel quale ho distrutto la mia cara vecchia Clio, penso di essere finalmente alla svolta. Udienza dal giudice di pace.
"Vieni anche tu domani, ché ti interrogano".
E' la voce del mio avvocato... e stranamente sento già una fitta allo stomaco. Sarà quel verbo... interrogare: non fa per me... reminiscenze del liceo.
Vado. Inizio a salire le scale... mi ricorda il disegno che illustrava i gironi dell'inferno dantesco, solo che invece di scendere salgo. Ancora il liceo... sento che farò scena muta!
Arriva il giudice e, dopo un'ora scarsa d'attesa, vista la spontanea presenza delle parti, ha ritenuto opportuno un breve rinvio (4 mesi) per convocare formalmente le parti.
Lo sapevo, scena muta. Ma almeno questa volta non dipende da me!
Piccolo rinvio dunque: solo 4 mesi.
Scendo le scale e mi sovviene Dante:
Per me si va nella città dolente,
per me si va nel etterno dolore ,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e’l primo amore:
Dinanzi a me non fur cose create
Se non etterne , e io etterna duro.
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
(Inferno, canto III)
Perché questi versi? Forse ancore ricordi del liceo... o forse la forma delle scale... o il via vai continuo di tante anime in pena.
No. Devo averle lette all'ingresso.










